Esercizi di stile di Raymond Queneau

Diversi anni fa ho partecipato alla presentazione di un libro.

Alla fine della serata, mentre tutti erano concentrati sull’autrice, ne ho approfittato per curiosare fra gli scaffali. C’era una cesta che conteneva libri usati ad un prezzo stracciato. Ora, forse non lo sai ma io adoro i libri usati. Più sono usati, più sono consumati, più mi piacciono. Ne ho pescato uno a caso: si trattava di Esercizi di stile di Raymond Queneau, tradotto da Umberto Eco, edito da Einaudi. Datato 1983, un anno prima della mia nascita, utile quindi a farmi sentire giovane e radiosa. Prima pagina: una dedica scritta a mano. Una dedica d’amore. Non mi sono preoccupata troppo del contenuto, lo ammetto; sono bastate quelle poche righe vergate a mano per decidere che sì, quel libro doveva tornare a casa con me.

Nei giorni successivi l’ho letto, poi riletto, scoprendo una miniera di ispirazione.

Esercizi di stile è una collezione di racconti. Si tratta sempre della stessa storia, rivisitata e raccontata in novantanove modi diversi. Parte da un episodio in apparenza banale: chi narra prende l’autobus, si imbatte in una discussione fra due persone, ne rivede una qualche ora dopo alla stazione.

Queneau prende quella storia e la indaga, la esplora, la trasforma. Novantanove occasioni di raccontare qualcosa attraverso le figure retoriche, il ragionamento.

Perché può esserti utile? Perché il tuo punto di vista può cambiare le cose.

Quando pensi che tutti scrivano degli stessi argomenti, che tutti scrivano nello stesso modo, che tu in fondo non puoi aggiungere nulla di nuovo, prova a giocare questa partita: siediti e scrivi dello stesso argomento con una voce diversa. Scoprirai che ciò che a te sembra banale può essere incredibilmente valido per qualcun altro.

“Queneau ha inventato un gioco e ne ha esplicitato le regole nel corso di una partita, splendidamente giocata nel 1947. Fedeltà significava capire le regole del gioco, rispettarle, e poi giocare una nuova partita con lo stesso numero di mosse” – Umberto Eco –