Sulle concessioni

A marzo del 2019 si è conclusa la collaborazione con uno dei miei clienti storici. Il più storico, si può dire, quello con cui ho iniziato a fare questo lavoro. Si è conclusa all’improvviso, almeno per me.

La sensazione immediata è stata quasi piacevole: sono libera. Sapevo da un po’ di non sentirmi più coinvolta emotivamente; vi sembrerà strano l’uso di questo avverbio ma dopo molti anni ho capito che come professionista posso dare il meglio solo se sento le collaborazioni affini a me, se sento di poter fare la differenza. Non sono capace di andare col pilota automatico.

Dopo pochi giorni mi è piombato addosso un senso di fallimento immane. Cosa ho sbagliato? Dove ho sbagliato? In quale momento preciso? Perché non sono stata in grado di continuare? Cosa non ha funzionato? Se nei dati ho trovato delle risposte in grado di dissipare totalmente i dubbi che avevo rispetto alla qualità del mio operato, mancavano totalmente le risposte umane. Ho scavato. Io sono sempre stata Tamara di, non Tamara Viola. Tutte le persone che conosco mi hanno sempre identificata con. Senza quella collaborazione perdevo la mia identità, il mio vestito oppure quell’abbandono era solo l’occasione di mostrare a me stessa cosa sono davvero? Volevo continuare a cercare di essere adottata per costruirmi un’identità oppure volevo accettare le difficoltà che comporta davvero lanciarsi là fuori?

Ho fatto come faccio sempre e cioè ho scritto. Come quando si costruiscono le personas per comporre il target, ho elencato le mie caratteristiche. Com’è Tamara Viola? Quali sono le sue qualità? Quali quelle positive? Quali quelle negative? Cosa le piace davvero e cosa invece accetta per evitare lo scontro? Come agisce Tamara Viola nel mondo? Cosa la entusiasma, cosa la accende, qual è il motivo per cui sta qui? A cosa ha rinunciato per essere Tamara di e non semplicemente Tamara?

L’elenco ha portato altre domande, domande che mettevano in discussione tutto quello che avevo faticosamente costruito fino a quel momento. Per esempio mi sono chiesta perché continuavo a provare fastidio quando qualcuno arrivava da me dicendo: “Mi serve una consulenza!” e mi invitava a dargli consigli sul tipo di rossetto da comprare, indicazioni su come mettere l’eyeliner o su quale fosse l’ultimo trend in fatto di skincare. O quando la faccenda si spostava sui libri o sui progetti letterari. “Dovresti scrivere un libro”, “Dovresti fare la make up artist”, “Dovresti fare la consulente di bellezza”, “Dovresti lavorare nel marketing di un’azienda cosmetica”, “Dovresti fare la motivatrice”.

Avevo tutte le risposte eppure le rifiutavo. Le risposte me le danno sempre gli altri, che sono la mia medicina e la mia malattia, insieme. Un’altra cosa che so di me è che io voglio salvare le persone. Sempre. Che si tratti di perfetti sconosciuti o delle mie migliori amiche, io le voglio salvare. Sono quella con la sindrome della crocerossina ma che ha paura del sangue. Nonostante fossi molto combattuta ho deciso di agire, di smettere di restare dentro la mia testa affollata e concedermi di esplorare delle possibilità.

Mi sono iscritta a una scuola per diventare truccatrice. E’ stata una bella esperienza che mi ha insegnato non solo un metodo ma anche qualcosa di più sul concetto di bellezza, su come lo intendo e su come voglio trasferirlo alle persone. Ho conosciuto ragazzi molto giovani (ero la più vecchia della classe), in gamba, pieni di idee e desiderio. Qualche mese dopo, grazie a Roberta e Andrea, ho potuto mettere in piedi l’Aperitivo Aggraziato. Ho truccato una donna, ho parlato del mio concetto di bellezza, ho raccontato la mia storia. Ho fatto pace con la parte frivola di me: io sono anche questo.

Ho scritto un libro. Tempo fa parlavo con T. della scrittura, mi ha detto una cosa semplice eppure molto saggia: ” Sullo scrivere forse devi essere graduale: scrivere per te, scrivere per pochi, (provare a) scrivere per tutti”. Ho risposto che forse dovevo prima convincermi che scrivere non mi avrebbe uccisa. Aveva ragione. Le prime due fasi le avevo già sperimentate, eppure respiravo ancora. Il libro poi l’ho scritto, l’hanno pubblicato, ci sono persone che l’hanno acquistato. Respiro ancora, in effetti lo sto facendo pure ora. In mezzo c’è stato anche un corso di scrittura autobiografica tenuto da Andrea Pomella (che è l’autore di questo memoir incredibile): mi ha sempre spaventata l’idea che qualcuno potesse leggere ad alta voce le mie cose. Durante il corso è successo e ancora, non sono morta. Ho fatto pace con la parte “intellettuale” di me (fra molte virgolette).

Ho messo in piedi un laboratorio teatrale che unisce i social a questa antica arte. L’ho fatto perché Ivan Bellavista ha voluto coinvolgermi e l’ho fatto perché il teatro mi mancava e perché l’ho sempre visto come un mezzo potentissimo per raccontare la vita.

Mi sono data delle possibilità. Mi sono concessa di essere come sono e cioè un sacco di cose. Quando provo a definirmi non ci riesco: perché dovrei darmi un titolo e basta? Perché scegliere di battere solo una strada quando ne ho davanti mille? Non rischio forse che gli altri, davanti a questo bouquet di talenti e concessioni si sentano confusi, sperduti? E ancora, mi interessa davvero cosa pensano gli altri di me? Lo so che è più riposante sapere sempre cosa aspettarsi, sapere sempre com’è chi avete davanti. Pure io mi sento consolata certe volte ma ora so che non posso stare in una casellina sola.

Oggi sono tutte queste cose, vediamo domani cosa succede.